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Tratto da : vivimilano.corriere.it
Il: 10-10-01
Autore: Valentina Cravino
Rapporto Scuola
2001
Lo sviluppo imponente, capillare di Internet, a partire soprattutto
dagli anni ‘98-‘99, ha investito e modificato ogni aspetto e struttura
della società e ha profondamente messo in discussione il sistema
educativo, la cui efficienza e qualità sono divenute da tempo parametri
essenziali per valutare la competitività di un Paese.
La scuola deve adeguarsi, accelerare la propria modernizzazione
e deve farlo in modo duplice: affidandosi, cioè, alle nuove tecnologie
come strumento di innovazione della didattica ma anche come oggetto
di formazione, allo scopo di adeguare i curricula scolastici alle
esigenze del mercato del lavoro, fino a ridurre quello che si usa
definire “skill shortage”, la carenza cioè di competenze specialistiche
ICT (Internet Communication Technology).
Giovedì 20 settembre, a Milano, è stata presentato, nell’ambito
del progetto Remida21, il Rapporto Scuola 2001, un’indagine dettagliata
sulla dotazione tecnologica delle scuole milanesi in relazione all’Italia
e ai futuri piani di sviluppo europei. Il quadro che ne deriva è
quello di un’informatizzazione del sistema scolastico più avanzata
(soprattutto nei gradi inferiori: elementari e medie, a fronte di
un sostanziale allineamento nelle superiori) rispetto al dato nazionale
ma nell’insieme ancora con profonde lacune rispetto all’Europa e
agli obiettivi che questa si è posta: un’informatizzazione ancora
recintata nelle aule multimediali e con una ridottissima cultura
della “rete”, ovvero della condivisione delle risorse didattiche.
Se ne ricava l’immagine già nota di una scuola arretrata e appesantita
da fortissimi vincoli di varia natura, a partire da quelli più evidenti,
dall’inadeguatezza stessa degli edifici, per esempio, che, vecchi
se non addirittura fatiscenti, rendono estremamente complesse e
delicate le operazioni di cablaggio, fino a una più estesa mancanza
di preparazione nei confronti della rivoluzione “culturale” che
le nuove tecnologie imporrebbero. Il rapporto è completato da un’analisi
e una stima dell’investimento necessario per adeguare le scuole
italiane ai parametri europei.
Risultati importanti, che però hanno faticato ad arrivare. Il
progetto, partito nel ’99 su proposta del Comune, ha ricevuto stanziamenti
per soli 50 milioni l’anno (in aggiunta ai 50 della Regione e ai
50 della Provincia), ossia quanto normalmente il Comune paga per
un convegno. Era allora l’unico Comune in Italia a patrocinare un’iniziativa
del genere e alla fine si è effettivamente limitato al patrocinio,
lasciando che MxM se la vedesse con i privati e si appoggiasse a
eventuali sponsorizzazioni. Inoltre, se da una parte le scuole chiedevano
solo servizi gratuiti, dall’altra le aziende tra il 1999 e il 2001
si sono tutte progressivamente ritirate per mancanza di interesse.
Remida21 rimane quindi in attesa di finanziamenti e di finanziatori...
Cos’è il Progetto ReMida21?
Nasce nel gennaio del 1999 sotto l’egida del Comune di Milano,
con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo delle tecnologie didattiche
nel sistema educativo milanese. La sua conduzione e il suo sviluppo
sono affidate a Milano per la Multimedialità (MxM), un’iniziativa
dell’Associazione Interessi Metropolitani (AIM), a cui aderiscono
i principali soggetti milanesi, privati (aziende dell’offerta ICT)
e pubblici (Comune, Provincia, Regione e Università), allo scopo
di diffondere tra i milanesi la cultura della multimedialità.
L’azione del Progetto Remida21 presenta caratteristiche e modalità
assolutamente inedite rispetto al passato, soprattutto perché si
è avvalsa della collaborazione delle amministrazioni locali (Comune
di Milano, Provincia di Milano, Regione Lombardia, Ufficio Scolastico
di Milano): una vera novità in un settore considerato "statale"
per eccellenza.
Non si è limitata, poi, alla scuola, ma ha previsto l'allargamento
dell'intervento all'intero ciclo formativo e alle famiglie. Non
ha mirato soltanto alla modernizzazione tecnologica delle scuole,
già finanziata dal PSTD (il Piano di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche
del Ministero della Pubblica Istruzione), quanto piuttosto alla
promozione della formazione e dello sviluppo di contenuti didattici
in rete. Ha infine valorizzato al massimo la partnership tra pubblico
e privato, intesa soprattutto come incontro tra la domanda e l'offerta
delle nuove tecnologie; cavalcando, infatti, un contesto di trasformazione
degli istituti scolastici in soggetti con personalità giuridiche
autonome e di riorganizzazione della struttura territoriale ministeriale
(sempre più di stampo "federalista"), ReMida21 ha cercato di trasformare
in un vero e proprio “mercato” un settore che fino ad allora era
caratterizzato dai finanziamenti vincolati e dai progetti "assistiti".
L’attività di Remida21 è stata ed è ancora fortemente articolata.
Ha promosso un’adesione formale al progetto delle scuole milanesi
e su questa base ha condotto un’analisi dettagliata della loro informatizzazione.
Nell’ambito di un più generale piano di diffusione della cultura
tecnologica, ha in particolare promosso, con una serie di eventi
e iniziative (come SMAU-Edunet, Internet Fiesta, Netd@ys…), la conoscenza
e l’informazione sulle potenzialità delle tecnologie multimediali
nella didattica. Ha sviluppato contenuti e servizi didattici, come
il Portale ReMida21 (www.remida21.it), primo caso di portale tematico
locale, che si propone di animare la comunità scolastica milanese,
e il Centro di Produzione Multimediale rivolto alle scuole, finanziato
dalla Provincia di Milano e collocato presso l'ITSOS Albe Steiner.
Ha promosso la formazione di tutti i soggetti del mondo della scuola,
con l’organizzazione di corsi gratuiti a tutti i livelli e in particolare
con il concorso “Costruiamo il sito della scuola”, al quale hanno
aderito 40 scuole e che ha poi premiato i migliori siti realizzati.
Vincoli e ostacoli
Il progetto Remida21, del quale il Rapporto fa parte, con la
sua preziosa esperienza biennale di lavoro sul campo nelle 250 scuole
milanesi che vi hanno aderito, ha messo in evidenza i punti critici
e le problematiche che rallentano un’introduzione massiccia e capillare
nella scuola delle nuove tecnologie. All’esperienza si è affiancata
anche la teoria; il progetto, infatti, si è avvalso di una ricerca
affidata alla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università
Bicocca e condotta su 25 scuole, vale a dire il 20% di quelle che
hanno aderito alle iniziative e ai corsi organizzati da Remida21.
La ricerca si proponeva di valutare l’impatto del progetto nelle
scuole, registrando la percentuale di gradimento e denunciando le
eventuali resistenze. Queste ultime si sono rivelate primariamente
di natura culturale e psicologica. La maggior parte dei docenti,
infatti, ha dimostrato di non avere ancora pienamente sciolto il
nodo tra informatica come strumento di supporto alla didattica e
informatica come veicolo di un modello culturale rivoluzionario
rispetto al passato. Nelle scuola milanese, ma più in generale in
quella italiana, alle iniziative di formazione tecnologia dei soggetti
interessati si accompagna una decisa carenza di una formazione all’acquisizione
della cultura che le nuove tecnologie portano con sé.
Con queste i ragazzi hanno dimestichezza, le usano quotidianamente
a casa a livelli decisamente più avanzati di quelli che possono
sperimentare a scuola; sono quindi permeabili, disponibili e forse
portatori loro stessi di una “rivoluzione” metodologica. I docenti,
invece, non hanno la stessa preparazione e rivelano conseguentemente
una forte diffidenza nei confronti di una revisione dei modelli
didattici e pedagogici che la presenza di un pc in classe imporrebbe.
Se, infatti, l’obiettivo dei piani europei, come vedremo, si orienta
verso un rapporto alunni/pc pari a 10/1, questo significa che in
ogni sede scolastica-tipo italiana (200 alunni in 10 classi) devono
essere a disposizione degli studenti almeno 20 pc. Altrimenti detto,
in ogni classe (20 alunni) devono essere presenti 2 pc, o in alternativa
1 pc per classe e un’aula multimediale da 10 pc nella sede scolastica.
Questo tipo di configurazione presuppone una modifica radicale
dei meccanismi e delle regole dell’insegnamento, che oggi privilegia
l’aula multimediale. La presenza di un computer non è, infatti,
neutra. Comportando la formazione di gruppi di ricerca, per esempio,
impone modalità di lavoro di tipo collettivo che, se da un lato
sono capaci di valorizzare abilità e anche culture differenti (non
a caso si dimostrano particolarmente utili in situazioni multiculturali
o in presenza di handicap), dall’altro rendono molto difficile ai
docenti un “monitoraggio” dei contenuti e dell’efficacia del loro
apprendimento.
Il computer in classe, poi, impone agli insegnanti la necessità
di mettere in discussione il proprio ruolo: il rapporto di tipo
più collaborativo e paritario che si instaura con gli allievi è
avvertito da alcuni come una minaccia. La diffusione, inarrestabile
di fatto, di una cultura informatica non rende quindi solo necessario
un incremento delle competenze ma soprattutto una trasformazione
della mentalità. La stessa diffusione della larga banda, per esempio,
è fortemente rallentata dallo scarso radicamento nella scuola di
una cultura della didattica in rete (mentre, infatti, la diffusione
dei pc stand-alone è elevata, come abbiamo visto, l’accesso a risorse
in rete, locale o esterne, non è assolutamente avvertita come una
priorità).
Un dato curioso è che l’indagine sull’impatto delle iniziative
di Remida21 ha messo in evidenza due livelli di gradimento da parte
delle scuole coinvolte. Un primo livello, più alto ma meno esteso,
è rappresentato dalle scuole tecnologicamente più avanzate, che,
per questo, hanno saputo cogliere il valore globale del progetto,
le sue complesse implicazioni e le sue vaste potenzialità; le altre
(la maggior parte), invece, hanno ridotto il piano di formazione
in termini di corsi di alfabetizzazione, senza percepirlo come un
primo passo verso l’acquisizione di una nuova cultura. Hanno, per
esempio, apprezzato molto la gratuità delle iniziative e avvertono
in generale la formazione come un atto dovuto delle istituzioni.
Questo mette in campo un altro problema.
La scuola non è ancora, evidentemente, un mercato fertile per
le aziende fornitrici di tecnologie didattiche. Non è minimamente
sensibile a una politica di investimento tecnologico che fino ad
oggi è stata gestita dall’alto con fondi ministeriali vincolati
alla destinazione o con fondi esterni messi a disposizione “gratuitamente”
da aziende o enti pubblici (donazioni, partecipazione a progetti,
offerte di “hosting” del sito…).
Fanno eccezione forse solo gli istituti professionali e tecnici,
in parte per un’ovvia e fisiologica sensibilità alla materia, in
parte per la maggior disponibilità di fondi propri. In tutte le
altre scuole intervengono le ragioni culturali e psicologiche sopra
esposte ma anche tutta una serie di altri vincoli, soprattutto di
tipo organizzativo e strutturale: un sistema scolastico, cioè, che
prevede processi di acquisizioni di beni e servizi estremamente
lenti e burocratici e che lamenta la carenza di figure professionali
dedicate alle tecnologie e con un’apprezzabile autonomia decisionale.
L’obiettivo di Remida21 era anche quello di porsi come mediatore
tra la domanda e l’offerta, in una vera logica di mercato, come
soggetto facilitatore tra le scuole e i fornitori, con il compito,
appunto di rimuovere sistematicamente tutti gli elementi di disturbo
che si potevano frapporre a una loro proficua comunicazione.
L’informatizzazione delle scuole milanesi
La rilevazione è stata condotta nel periodo gennaio-maggio 2001.
A tutte le 489 scuole di Milano e provincia è stato sottoposto un
questionario, che i tre quarti (74%) hanno rinviato compilato, permettendo
così di tratteggiare un quadro abbastanza attendibile del livello
di informatizzazione.
Le scuole milanesi, come quelle italiane (i dati sono stati
confrontati con le rilevazioni effettuate da SIRMI nel 2000 a livello
nazionale) documentano un’elevata dotazione tecnologica:
• Il 100% delle scuole (95% in Italia) è dotata di pc sia ad
uso amministrativo che didattico.
Gli istituti scolastici di Milano, in realtà, hanno, rispetto al
panorama nazionale, una media più elevata di pc per scuola (43 contro
26) e un migliore rapporto allievi /pc (1 pc ogni 19,7 allievi contro
1 ogni 24,4), anche se all’interno dei diversi gradi scolastici
la situazione è fortemente differenziata e rivela una distanza significativa
tra le superiori, che appaiono quelle più dotate, e le elementari
(72,4 pc contro 25,8 e 12,7 allievi/pc contro 33,8). Il confronto
con il dato italiano dimostra un sostanziale allineamento per quanto
riguarda le superiori e una divergenza consistente nelle medie (18,5
allievi/pc a Milano contro 29,9 in Italia) e soprattutto nelle scuole
elementari (33,8 allievi/pc a Milano contro 62,9 in Italia), mostrando
che la scuola inferiore milanese appare molto più dotata dal punto
di vista informatico della media italiana.
• il 96% delle scuole (86% in Italia) ha un’aula multimediale.
• il 97,5% delle scuole (70% in Italia) ha un collegamento a
Internet.
Quest’ultimo dato, tuttavia, si presenta ambiguo e rende necessaria
una precisazione. Se, infatti, ormai quasi tutte le scuole della
provincia di Milano sono dotate di accesso a Internet, la maggioranza
dei pc non è ancora collegata (le scuole medie inferiori, in particolare,
risultano essere la tipologia di scuola meno connessa). A fronte,
quindi, di una penetrazione di Internet molto elevata, la pervasività
del collegamento all'interno delle scuole è invece molto bassa.
La distribuzione dell'accesso a Internet dipende dall'esistenza
di una rete locale e dalla sua consistenza.
• il 77,7% delle scuole (53% in Italia) è dotata di una qualche
forma di rete locale.
Le percentuali più significative, come sempre, si registrano per
le superiori. Si tratta, nella maggior parte dei casi, però, di
reti semplici e spesso limitate alle sole aule multimediali. In
questa situazione si trova il 55% delle scuole milanesi.
Il restante 45% non ha ancora una rete locale adeguata, nemmeno
nell'aula multimediale. La situazione è di nuovo fortemente differenziata
tra i vari gradi di scuola. Infatti le elementari con rete locale
adeguata sono solo il 35,4%, mentre questa situazione appare più
frequente nelle medie (42,6%), negli istituti comprensivi (54,7%)
e soprattutto nelle scuole superiori, dove oltre tre quarti (76,1%)
ha l'aula multimediale in rete e connessa a Internet. In sostanza,
nelle scuole di Milano si riscontra una dotazione tecnologica elevata
in termini di numero di pc, ma scarsissima in termini di diffusione
di reti locali che consentano un utilizzo condiviso delle risorse
didattiche. Tenendo conto che le scuole milanesi in media sono più
informatizzate di quelle italiane, è probabile che nel resto del
paese la percentuale di pc collegati in rete fra loro e a Internet
sia più bassa di quella riscontrata a Milano.
Italia-Europa
Nel giugno 2000 è stato varato dal Consiglio Europeo di Feira
"eEurope2002 - Una società dell'informazione per tutti", un piano
che mira ad accelerare i processi di avanzamento tecnologico, e
anche di conoscenze, all'interno dell'Unione Europea, con il proposito
di "portare in rete ogni cittadino, ogni scuola, ogni impresa".
La sezione del piano che si occupa specificamente di istruzione
e formazione è denominata eLearning. Gli obiettivi di eEurope-eLearning
si orientano sostanzialmente verso una scuola cablata, connessa
ad Internet a larga banda, con una rete locale/Intranet per l’accesso
alla rete da tutte le classi (entro il 2002), e verso un rapporto
alunni/pc pari a 10/1 (entro il 2004). A questi naturalmente si
accompagnano progetti di formazione a tutti i livelli di allievi
e insegnanti, il potenziamento del dialogo tra l’industria europea
dei prodotti didattici multimediali e i sistemi d’istruzione e formazione
(anche questo entro il 2002), fino alla costituzione di reti didattiche
tra le scuole nell’ottica del campus virtuale.
Il Rapporto Scuola 2001 ha di fatto dimostrato che, anche nella
prospettiva più ottimistica, tali obiettivi risultano per il nostro
paese decisamente ambiziosi. L’attuale numero di allievi per pc
in Italia è poco al di sotto di 25, ben lontano da quello auspicato
nei piani europei.Per quanto riguarda invece il gap nell’accesso
a Internet, il dato che emerge sembra essere più confortante. Secondo
l'indagine SIRMI condotta nel 2000 il 70% delle scuole pubbliche
italiane erano connesse a Internet, con una punta di oltre il 93%
per le scuole superiori.
L'evoluzione prevista a fine 2001 (orizzonte temporale posto
da eEurope per il collegamento di tutte le scuole) vede l'87,6%
delle scuole collegate; la distanza potrebbe essere facilmente ridotta
con iniziative adeguate, concentrate in particolare nelle scuole
elementari e medie, che sono quelle maggiormente carenti. Per quanto
riguarda, infine, il gap nell'infrastruttura di rete locale, le
scuole prive di rete locale o con rete locale insufficiente in Italia
sono il 54%. Le scuole con rete locale ma solo nelle aule multimediali
sono il 44%. Le scuole cablate e con pc in classe sono solo il 2%.
Portare l’accesso alla rete in tutte le classi rappresenta quindi
l’elemento senza dubbio più dirompente nella realtà italiana, che
si dimostra così molto lontana dall'obiettivo.
L'evoluzione spontanea del cablaggio nelle scuole è molto lenta,
non solo per la mancanza di fondi, ma anche perché questo obiettivo
non è considerato strategico né prioritario dalle scuole stesse.
La cultura della "rete" non è ancora entrata nella maggior parte
del sistema scolastico italiano. Il governo Amato aveva preventivato
il ri-finanziamento del PSTD (Piano di Sviluppo delle tecnologie
Didattiche del Ministero della Pubblica Istruzione: quasi 1.500
miliardi in due anni), finalizzato proprio al cablaggio delle scuole
e all'adeguamento del parco pc (1.200 miliardi circa), destinandovi
parte dei ricavi dell'asta per le frequenze UMTS; essendo risultati
questi inferiori alle aspettative, il governo ha tagliato i fondi
per le infrastrutture nelle scuole; sono stati mantenuti solo quelli
per la formazione dei docenti (150 miliardi) e per l'iniziativa
"Pc per gli studenti" (finanziamenti per l'acquisto di un pc).
Allo stato attuale quindi l'adeguamento delle scuole agli obiettivi
di eEurope è affidato alla buona volontà e all’iniziativa spontanea
delle scuole, e sta quindi procedendo molto lentamente. Si può stimare
che, in assenza di un intervento mirato, un raddoppio delle scuole
cablate ogni anno rappresenti già un buon obiettivo.
Gli investimenti necessari all’adeguamento
delle scuole italiane a eEurope
ReMida21 ha stimato gli investimenti necessari per adeguare
le scuole italiane agli obiettivi delineati dai piani europei. Lo
ha fatto procedendo a sopralluoghi in tre scuole-tipo milanesi (una
superiore, una media e una elementare) e stilando poi preventivi
che hanno fornito la base per la stima dei costi complessivi.
Per adeguare le 11.000 scuole statali occorrerebbe un investimento
di un miliardo e mezzo di euro (3.000 miliardi di lire circa). Nella
configurazione ridotta (riuso di un pc esistente come server e un
solo pc/classe invece di due), l'investimento necessario scende
di un terzo circa, a poco più di 1 miliardo di euro (2.000 miliardi
di lire circa). A questo si aggiungono i costi annuali (manutenzione,
materiali di consumo e connessione XDSL a Internet) che ammontano
a oltre 200 milioni di euro (410 mld lire).
Come si può notare l'investimento richiesto, limitandosi alla
versione ridotta, rappresenta circa il doppio dello stanziamento
già effettuato per il Piano di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche
tra 1997 ed il 2000. Si tratta di cifre imponenti se si considera
che la ben nota esiguità dei budget scolastici si accompagna a una
ridottissima disponibilità culturale nei confronti di spese di questo
tipo.
Si è anche ipotizzato che l'infrastrutturazione tecnologica
completa delle scuole italiane non possa essere completata prima
del 2004, invece che del 2002 come indicato dal piano eEurope. Questo
a causa della situazione di partenza, piuttosto arretrata, delle
scuole, della dimensione dell'investimento totale, del numero di
scuole coinvolte, della necessità di supportare l’intervento con
progetti di formazione che ne facciano comprendere i vantaggi didattici.
Per le 489 scuole statali di Milano e provincia, l’investimento
varierebbe da 44 a 66 milioni di euro (da 85 a 130 miliardi di lire)
con spese annuali pari a poco più di 4 milioni di euro (8 miliardi
di lire). Per le 1.304 scuole statali della Lombardia tra i 120
e i 180 milioni di euro (230-340 miliardi di lire) con una spesa
annuale di meno di 11 milioni di euro (21 miliardi di lire).
Al cablaggio delle scuole occorre affiancare un’iniziativa
mirata alla classe docente che deve essere formata a vari livelli
e dotata di pc portatili. Formare per ogni scuola 20 docenti (alfabetizzazione
e formazione avanzata), un tutor didattico e uno tecnologico richiederebbe
33 milioni di euro (65 miliardi di lire) in Italia (240.000 docenti),
8 miliardi di lire in Lombardia (30.000 docenti), 3 miliardi di
lire a Milano (11.000 docenti). Una situazione in cui il caso di
Milano diventa emblematico in merito alla realizzabilità di un allineamento
italiano agli standard europei.
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